mercoledì 8 gennaio 2014

Una bohème corsara

Autore di una ottantina di romanzi e di circa centoventi racconti, il veronese Emilio Salgari (plurale del veneto salgàro salgar, che è il salice detto anche stroparo) è tornato a incuriosire a quasi ottant'anni dalla morte grazie alla ristampa del suo libro meno noto, pressoché sconosciuto al di fuori degli addetti agli avventurosi lavori salgariani. Testo ignorato dal pubblico dei lettori alla ricerca dell'esotico, poiché non tratta di cacciatori di serpenti nella giungla misteriosa, o di scorridori della prateria alle frontiere del Far West; né di pirati della Malesia o thugs strangolatori, di filibustieri e bucanieri, o corsari all'arrembaggio; e nemmeno di favorite del Mahdi, vergini della pagoda, perle di Labuan. Il libro s'intitola La bohème italiana (Pierluigi Lubrina Editore, Bergamo, lire 21.000) e racconta, in chiave garbatamente parodistica, la storia di un sodalizio artistico di cui Salgari fece parte nella Torino fine secolo chiamata Grissinopoli, la città del grissino.

Apparso nel 1909, due anni prima della tragica scomparsa dell'autore, il romanzo copre il biennio 1898-99 e presenta parecchi spunti autobiografici che Felice Pozzo, nella sua postfazione, documenta e illumina con la sagacia di chi si è votato anima e corpo alla causa del "nostro più grande scrittore d'avventure". Questo libro raro, corredato da alcune foto d'epoca e da illustrazioni salgariane d'indubbio interesse, dovrebbe dunque darci la cifra interpretativa della personalità del bohémien Salgari. Un artista naïf, scrittore facile e occasionalmente anche pittore dilettante e traduttore di romanzetti francesi, allievo navigatore di breve corso nell'Adriatico, e cronista del quotidiano "L'Arena" di Verona. Nato nel 1862 nella città scaligera delle missioni per l'Africa, da cui prendeva le mosse con la sua fantasia, era emigrato a Torino nel 1893 dopo i primi successi di romanziere, e nei sobborghi di Grissinopoli sempre vissuto, salvo un breve periodo trascorso in quel di Genova per impegni editoriali, con la moglie Ida malata di mente e quattro figli da mantenere. Situazione disperata, di "facchino della penna", che lo condusse al suicidio nel 1911.

Una verifica necessaria, quindi, per mettere a fuoco l'immagine di Salgari falsata dalla credulità popolare, che lui lusingava dicendosi viaggiatore e avventuriero sui mari. Immagine successivamente costruita sulle pagine artefatte delle Memorie apocrife uscite nel 1928, e sulla mitizzazione fattane da Omar Salgari, ultimogenito di Emilio, che scrisse il soggetto di una storia a fumetti del 1948, intitolata Le straordinarie avventure del Capitano Salgari. Ma per arricchire ulteriormente il tema della verità salgariana, una occasione d'oro, dopo l'edizione in più tomi pubblicata da Mondadori negli anni '70, ci è offerta anche dall'antologia di "profili, busti e mezzi busti", ossia di personaggi risorgimentali e post-risorgimentali, che Giovanni Spadolini ha raccolto nei due volumi Gli uomini che fecero l'Italia.

Lo storico Spadolini non ha incertezze nel collocare nell'ideale galleria dei "padri della patria", anche il busto di Salgari, affiancandolo a scrittori quali De Amicis e Collodi. E scrive che il romanzo Il Corsaro Nero, pubblicato nel 1989 con una tiratura da bestseller, è l'ultima canzone di gesta dell'Italia umbertina, il libro che rinnovava "gli impeti e gli eroismi garibaldini", accendendo "alcune delle più nobili passioni degli italiani moderni". I libri di Salgari, apparsi nello stesso periodo che vide le iniziative della Società Geografica che accompagnava le prime spedizioni italiane oltremare, davano un "senso di attualità" alle notizie delle esplorazioni e delle guerre d'Africa, e all'opera redentrice dei missionari. E che nel ridestare l'interesse per le esplorazioni alimentavano "nei poeti il gusto dell'esotico e del misterioso", operando un'autentica "rivoluzione" nella nostra letteratura giovanile, nelle nostre tradizioni educative, nei nostri costumi pedagogici: disancorandoli dagli schemi del Giannetto di Parravicini e del Cuore di De Amicis. Tutto bene, allora, nella narrativa popolare di Emilio Salgari alla riscossa?

Intanto lo storico generalizza un po' troppo, asserendo che Salgari fu "uno dei profeti più lucidi e arditi del gusto contemporaneo, e gran parte della cinematografia d'avventure si ricollega, consapevolmente o meno, alle ispirazioni e alle suggestioni dei suoi romanzi". Ma di quale cinematografia si parla? La cinematografia salgariana prodotta in Italia, ricca di una trentina di titoli, è tuttavia povera di pellicole convincenti. A parte lo storico Cabiria derivato dal Salgari di Cartagine in fiamme, con didascalie di Gabriele d'Annunzio e musica di Ildebrando Pizzetti, soltanto con il Sandokan televisivo andato in onda nel 1976 si è raggiunto un buon livello di rappresentazione, con uno sceneggiato d'impianto spettacolare, ma lontano dall'arte del cinema. Fenomeno di costume più che letterario, Salgari è comunque autore di racconti e di romanzi, ed è come scrittore che dev'essere valutato, non per altre ragioni. Non va dimenticato quello che diceva Jules Renard, e cioè che la posterità ha un debole per lo stile. E sul ponte di comando del "capitano" abusivo Salgari lo stile brilla per assenza.

"Questo immaginoso scrittore ha preceduto l'invenzione del cinematografo", diceva il buon Giuseppe Fanciulli, nomen omen, lodando la tecnica narrativa di Salgari, al quale l'amabile Olga Visentini riconosceva un vigore febbrile nella sua opera, da non trascurare, quantunque sottolineasse ch'egli "ebbe del poeta soltanto la febbre". Sennonché lo avrebbe ridimensionato soprattutto il cinema, sul piano dell'arte, come aveva ben compreso un critico quale Pietro Bianchi, che negli 1940-1943 dalle colonne del "Bertoldo", il settimanale umoristico di Mosca, Metz, Guareschi, gettava un ponte tra cinema e letteratura, per cui era apprezzato con le sue noterelle firmate Volpone.

"È un fatto che Salgari rappresentò  una grande cosa tra il 1900 e il 1925", scriveva Volpone nel 1941 recensendo il film I pirati della Malesia di Enrico Guazzoni. Comunque "Salgari non poteva durare per la ragione che che il suo successo non era né nell'arte, né al di là dell'arte: era un fatto fisiologico, che corrispondeva all'adolescenza". Tuttavia il critico riconosceva che il mondo di Salgari era di una originalità sorprendente: "Quando la rivoluzione industriale scuote l'Italia, quando si affacciano i miti del secolo nuovo, progresso, pace, socialismo, egli predica l'avventura, il mare, l'ignoto. Ha, come i fanciulli, una enorme simpatia per gli indigeni di tutte le razze e colori; e detesta gli inglesi perché sono, tra i popoli bianchi, i più metodici assassini del mistero". Sennonché, cambiati i tempi, Salgari "diventò inutile come i fiacres uccisi dai taxi, e non essendo un vero scrittore non salvò neppure una pagina con lo stile. Il suo principale nemico fu il cinema, con i cow-boy, la serie di William Hart, il primo Douglas", ossia Douglas Fairbanks pirata e moschettiere.

Così per noi Jolanda, la figlia del Corsaro Nero, avrà i capelli biondi e la flessuosità della spadaccina May Britt; e la spada più guizzante sarà quella sguainata da una splendida corsara regina dei bucanieri, la bruna Gianna Maria Canale, lei bellissima in film bruttissimi. Il negletto Salgari, sullo sfondo delle acque del lago di Garda dove si giravano quelle piraterie, sarà solo il vago ispiratore del canovaccio. Addirittura insufficiente nel ciclo del Far West, rispetto ai film western e ai libri seri sugli indiani che cominciavano ad apparire negli anni '50, ciclo delle "Pelli Rosse" in cui Salgari faceva una magra figura al confronto, con i suoi deludenti romanzi. Quando perfino nelle antologie scolastiche si poteva leggere un Ferdinando Paolieri, che con le sue novelle maremmane, popolate di bufali e di butteri a cavallo, ci riportava alla vita più vera della prateria.

Se un critico letterario quale Luigi Baldacci, studioso di libretti d'opera dell'Ottocento, ha potuto riscontrare nel lavori di Salgari arie, duetti d'amore, cori, scene concertate, si può altresì notare come i suoi personaggi, anche nei momenti di maggior pericolo in cui si dovrebbe trattenere il fiato, esprimano i loro pensieri ad alta voce quasi stessero recitando sul palcoscenico. Il nemico in agguato doveva essere sordo come una campana, per non sentire quei monologhi concitati. "Tremal-Naik non si lascia assassinare impunemente", minacciava il cacciatore della Jungla Nera, come dire se mi ammazzano li uccido. Al di là di tutto il suo viaggiare con la fantasia, era nel mondo teatrale di provincia che Salgari trovava la giusta dimensione per i suoi eroi e le loro imprese. Del resto la moglie Ida, che lui chiamava verdianamente Aida, l'aveva incontrata che faceva l'attrice in una piccola compagnia di Verona, ed egli stesso, durante il breve periodo genovese, aveva collaborato a Sampierdarena con una filodrammatica locale.

Il guardaroba esotico, le suggestioni da messinscena dell'opera lirica, i drammi in versi di Giacosa, le romanze e le arie del melodramma: questa è la bohème che si ricava dall'autobiografia romanzata di Salgari, testimonianza di una scapigliatura inconcludente, senz'arte né parte. Con le scampagnate viste come sortite eroicomiche in territori inesplorati, e le topaie degli artisti arredate con un gusto liberty di dannunziani innocenti. Tra gli squattrinati artisti che descrive in La bohème italiana, l'autore assegna la parte di primo caposcarico della combriccola a un veronese mattacchione, spiegando la giovialità del bohémien con il luogo di origine, secondo il noto proverbio veneto che cita così: "Veneziani gran signori, Padovani gran dottori, Vicentini mangiagatti, Veronesi tutti matti". Ora, è certo che un vicentino si mette a ridere nel sentirsi chiamare "mangiagatti" invece che magnagati, e non sappiamo se Salgari preferisse farsi passare per "tutto matto" anziché tuto mato. Nella bohème di Salgari tutto è sminuito in una recita dilettantesca, di buontemponi, che scimmiottano l'arte e la vita tracannando barbera e cantando in coro: "Viva Noè gran patriarca".

Nello stesso 1909 in cui uscì la scanzonata Bohème italiana, il cavalier Emilio Salgara un giornalista confessava di soffrire di nevrastenia acuta, mentre la moglie Ida diceva di essere angosciata a causa del marito "stanco, molto stanco", che parlava sempre di morire. Di lì a due anni Salgari si suicidava, dandosi la morte al modo dei samurai. Una sottoscrizione fu aperta dal quotidiano "La Stampa", a favore degli orfani dello scrittore dai nomi esotici: Fatima, Nadir, Romero, Omar.

Si può avere la massima simpatia per il romanziere Salgari, e la più sincera compassione per l'uomo sfortunato, ma lo scrittore è quello che è, molto fumo e poco arrosto. Per quanto ci tenesse ad essere compreso nella categoria "dei Verne, degli Aimard e dei Cooper", come si presentava nel 1883 all'esordio. E quantunque oggi, in parte rivalutato con il ripristino dell'opera omnia, la sua notorietà superi non tanto la fama di un Jules Verne, o addirittura di un James Fenimore Cooper, ma certamente quella di alcuni suoi affini, il francese Gustave Aimard e il tedesco Karl May all'epoca non ancora conosciuto.

Se un tempo si accusava Salgari di montare la testa ai giovani, adesso non possiamo accusarlo di montare la testa ai letterati, che lo accudiscono con le loro esaltate riletture critiche e filologiche. Anzi, dobbiamo piuttosto essergli grati, per le occasioni di divertimento che il suo matto lavoro continua ad offrirci, così tenuto in considerazione.
                                                                                                                                                                                           Stefano Ebert
(1990)